C’è “una distanza inseparabile”, per dirla con Camillo Pennati, fra l’ovazione veneziana che ha accolto “La nave dolce”, il docufilm realizzato da Daniele Vicari sulla vicenda della Vlora, l’imbarcazione carica di migliaia di albanesi che nell’agosto del 1991 giunse a Bari, e i veleni di cui lo si è voluto caricare. Ne parlo, pur essendo componente del Consiglio di Amministrazione dell’Apulia Film Commission, coproduttrice del film, perché tutti gli atti relativi sono stati adottati in un’epoca antecedente al mio ingresso nell’organismo. Lo dico –sia chiaro- con rammarico e non con sollievo, perché credo che si tratti di una delle operazioni di maggior spessore realizzate in Puglia, della quale i miei predecessori, con in testa Oscar Iarussi (che ha finora serbato –certo per discrezione- un silenzio di cui non riesco a fare a meno di stupirmi), possono andar fieri.
Il clima irrespirabile che su questa testata ha denunciato Fortunata dell’Orzo
[link] (si è addirittura insinuato che la sua partecipazione al film nel ruolo di se stessa abbia tacitato o “comprato” un’inusuale indulgenza da parte sua) è creato, a mio parere, da un cocktail micidiale di malevola pitoccheria, di faide cortigiane, di palese e spero temporaneo ottundimento della capacità di analisi di alcune menti brillanti.
Non essendo mai stato vendoliano faccio un po’ fatica a districarmi nei labirinti e nei pantani che accompagnano il vendolismo (del tutto seriali rispetto ai consimili luoghi del berlusconismo e del dalemismo); non essendo barese mi sfuggono probabilmente biografie e intersezioni della mappa del potere culturale. Tuttavia riconosco una sciocchezza quando la vedo: e le querimonie sulla Nave dolce su una ragguardevole mole di sciocchezze mi appaiono costruite.
Si prenda il conflitto di interessi, tema serio e dirimente delle società complesse: il professor Onofrio Romano ne costruisce una mostruosa “versione retroattiva”, in base alla quale la sceneggiatrice de “La nave dolce”, Antonella Gaeta, si sarebbe trovata in fallo nel momento in cui è stata nominata, dopo le impreviste ed imprevedibili dimissioni di Iarussi, presidente di Apulia Film Commission. L’incarico di sceneggiatore non è stato conferito a Gaeta da Afc, né come presidente di Afc Gaeta ha adottato alcun atto di finanziamento della Nave dolce, ma all’occhiuta vigilanza dei Torquemada alle cime di rapa ciò non basta. Il professore anzi scrive che questo vulnus immaginario avrebbe dovuto essere “sanato”, anche se non è chiara la possibile sanatoria.
Gli Azzeccagarburgli di circostanza suggeriscono sottovoce che Gaeta avrebbe dovuto “ritirare la firma” dalla pellicola. Per comprendere l’assurdità di una tale prospettiva, poniamo l’esempio di un pittore di fama che abbia venduto alcune sue tele ad una Pinacoteca pubblica, e che successivamente sia chiamato a presiedere l’organismo che questa pinacoteca amministra: according to Romano, dovrebbe togliere le proprie tele dagli spazi espositivi per riporle in qualche buio scantinato ovvero, con adeguati interventi di scolorina, rimuoverne la sua firma. Sono questi tristi paradossi la naturale conseguenza del far degradare il conflitto di interessi a slancio mistico o insulsaggine grillina. Vi è poi la questione del turpe intrigo di cui sarebbe stato vittima il filmaker barese Angelo Amoroso d’Aragona, il cui progetto di documentario “Lo stadio della Vittoria”, che aveva come oggetto la stessa vicenda, sarebbe stato boicottato (al punto che, come scrive Massimo Scagliarini nell’impresentabile articolo della “Gazzetta”
[link], se ne sarebbero “perse le tracce”) per le proprie fosche mire da Silvio Maselli e Gigi De Luca (il film viene da una idea condivisa fra loro due e il produttore albanese Ilir Butka, idea per la quale –poveracci!- non hanno preso il becco di un quattrino, né mai lo prenderanno). Come i due gaglioffi hanno condotto il loro tristo proposito?
Istruendo l’uno e approvando con altri il secondo la pratica di finanziamento del documentario di d’Aragona! Non sono un cineasta, ma, in caso, mi auguro di imbattermi sempre in sabotatori di tal fatta. Come che sia, “Lo stadio della Vittoria”, malgrado l’impegno del suo autore, non ha potuto essere realizzato, perché non è riuscito a convincere altri investitori pubblici e privati. Apulia avrebbe potuto produrre in proprio “Lo stadio della Vittoria” anziché “La nave dolce”, scegliere d’Aragona anziché Vicari? Certo. Avrebbe dovuto? Ne dubito assai. Non solo perché il nome di d’Aragona sarebbe stato forse meno appetibile di quello di Vicari per i coproduttori (Indigo Film, Rai Cinema e l’albanese Skan-dal), e perché forse si deve anche al credito di cui gode Vicari se “La nave dolce” verrà distribuito (in sala!) da Microcinema.
Anche e soprattutto perché –e qui viene la parte conclusiva e cruciale di questo troppo lungo ragionamento- Apulia Film Commission non è la struttura burocratica con cui la Regione Puglia eroga servizi di vario genere all’industria cinematografica, ma uno strumento partecipato di attuazione della sua politica culturale. Una politica culturale che, ferma restando la sua ovvia discutibilità, rappresenta un punto decisivo delle attività del Governo Vendola, una modalità che ha cambiato in modo irreversibile la percezione della Regione in questo settore.
È per uno strumento di questa ambizione che è valsa la pena scomodare intellettuali di vaglia come De Luca, Gaeta, Iarussi e Maselli (in rigoroso ordine alfabetico), per tacere delle validissime professionalità interne alla Fondazione. Non per una sorta di mini-ministero a cui strappare qualche lacerto di contribuzione, ma per una struttura complessa, che favorisce e stimola talenti e visioni, che “vende” la Puglia e le sue storie a produttori, ma anche a sceneggiatori in erba o collaudati, a registi e narratori, agli stessi pugliesi (per il tramite del circuito “d’Autore”).
Una struttura che sceglie, che azzarda, che osa. Arte difficile in tempi di viltà, mi rendo conto. Ma separiamo, per favore, il terreno delle opinioni contendibili, delle legittime e benefiche critiche, delle doverose richieste di trasparenza (quella di Afc supera i gusti esigenti dell’Unione Europea, per esempio), dalle deduzioni senza premesse, dalle insinuazioni viscide, dalle follie dissennate. Non pretendo di gareggiare in dottrina e in acume con il professor Romano; ma egli dice che, se oggi consentiamo che un film nato in qualche modo da un’idea di esponenti dell’Afc sia prodotto dalla Fondazione medesima, domani un altro direttore o un altro amministratore potrebbero ideare e produrre un cinepanettone in sedicesimo a Trepuzzi senza che gli si possa imputare alcunché. Ecco, l’idea che la trincea del giudizio critico sia dannata ad occuparsi dei profili di correttezza formale di un’attività anziché dei suoi esiti mi pare un po’ raggelante; e che faccia intravvedere, in filigrana alla sussiegosa rampogna, il più becero dei qualunquismi.
Perché –vedete- Vicari per “La nave dolce” ha scelto di acquisire la testimonianza di Fortunata Dell’Orzo, fra le decine di giornalisti che seguirono lo sbarco della Vlora, perché lei ne costruì il racconto (e lo “visse”) in maniera del tutto peculiare rispetto ai nostri colleghi. Una testimonianza diversa sarebbe stata illegittima? Naturalmente no. Ma narrare significa scegliere. Ed anche amministrare.